Fatti dimenticati…

Il 6 Jager durante la Battaglia di Vittorio Veneto

Il libro “Quer Durch den Krieg” (Croci attraverso la Guerra)

Nello sfogliare molti libri digitalizzati presenti in rete, mi sono imbattuto in un altro testo molto interessante che narra le vicende del 6 Jager durante la Grande Guerra. Questa unità dell’esercito austro-ungarico nel corso dell’offensiva di Vittorio Veneto operava principalmente nella zona di Col San Martino – Campea. Inquadrati nella 6a Armata, II Korps , 50 Infanterie Brigade all’interno della 25a Infanterie Division, la narrazione inizia dall’agosto del 1918, quando giungono nei nostri paesi. All’interno del testo si potranno trovare molti interessanti ed inediti aneddoti: si parla tra le tante cose dell’ospedale militare e della teleferica in località “le Casette” a Miane (per maggiori informazioni vi invito alla lettura del libro “Miane della grande guerra” di Franco De Biasi, Dario De Bastiani Editore), dei grossi calibri impossibilitati a ritirarsi, della devastazione all’interno del Castello di Cison.

Al seguente link potete scaricare il pdf tradotto: https://drive.google.com/file/d/1XbXleAg82mlrRcuNwaIVpWADChrtJiBj/view?usp=sharing

Buona lettura!

Da sinistra a destra: cucine da campo presso Canale, castello Brandolini a Cison durante l’occupazione autro-ungarica

Fatti dimenticati

L’84. Infanterie Regiment durante la Battaglia di Vittorio Veneto

La ricerca continua di informazioni su quanto avvenne nei nostri paesi tra il novembre 1917 e i primi giorni del novembre 1918, mi ha riservato una piacevole sorpresa.

Cercando tra i molti testi in lingua tedesca digitalizzati, ho trovato un libro scritto dagli ex combattenti dell’84. Infanterie Regiment, proprio sul loro reggimento.

L’84° era dislocato tra Bigolino, Col San Martino e Campea nel corso dell’offensiva italiana dell’ottobre 1918, che segnò la fine dell’esercito della duplice monarchia, dopo esservi giunto nell’agosto di quell’anno.

E’ sicuramente un testo a mio avviso molto importante, perchè descrive alcuni fatti poco noti se non addirittura sconosciuti a molti.

Data la lunghezza del testo, dopo averlo tradotto, ho creato un pdf che potete scaricare a questo link: https://drive.google.com/file/d/1qI46oB4TV0cA0DxS9zC8NmW1jR6I_wCG/view?usp=sharing

Buona lettura!

Il libro sull’84. Infanterie Regiment

Soldati dimenticati …

Biagio Peretti – 1492° compagnia mitraglieri Brigata Acqui

Sempre con l’intento di “scoprire” qualcosa sui nostri paesi durante il primo conflitto mondiale, mi sono imbattuto nel diario del soldato Biagio Peretti, un mitragliere della 1492° compagnia, inquadrato nelle fila della Brigata Acqui.

La parte di diario che ha suscitato il mio interesse va dal 20 dicembre 1917 all’14 gennaio 1918. Fra il 12-13 dicembre del 1917 e fino al febbraio del ’18 la Brigata Acqui si trova schierata davanti a Vidor, alle dipendenze della 65a divisione francese. Il comando loderà la Brigata per i notevoli lavori compiuti e la salda disciplina dimostrata in quei difficili giorni in cui il nemico tentava in ogni modo di superare il Piave.

Biagio Peretti è schierato proprio davanti a Vidor, a Covolo nei pressi di Villa Paccagnella. Oggi Villa Paccagnella, dei conti Dal Pozzo Larcher, versa purtroppo in uno stato di abbandono. Il complesso architettonico, in stile barocco-settecentesco, si presenta come un imponente edificio padronale che domina la vallata del Piave verso il Montello. Una vera oasi di verde poco distante dall’abitato di Covolo. La villa è posta all’interno di un grande parco ricco di piante secolari, disegnato in stile inglese e realizzato alla fine del 1800. Il grande corpo dominicale della villa è affiancato da una serie di edifici di servizio, tra i quali la barchessa, la scuderia e la serra; un’originale torretta ortogonale, adibita a uccelliera, si erge nel parco, mentre, prospiciente la strada di Via Guizzetta sorgeva l’Oratorio privato, ora in stato di totale abbandono. Negli anni ’70 l’edificio venne sottoposto ad un generale intervento di restauro, dagli affreschi agli stucchi del salone centrale, arricchito da un elegante ballatoio (foto tratte dal sito della pro loco di Covolo).

Cartolina di Covolo con presente Villa Paccagnella nei pressi del Piave. Foto storica ed attuale della torretta in stile neogotico presente all’ingresso. Vecchia cartolina con disegno della villa. Fotografia successiva al restauro do Villa Paccagnella.

Ecco dunque la narrazione di quei giorni scritta di proprio pugno dal soldato Peretti.

“20.[dicembre] – Ho mangiato, poi ho dormito, fino alle 17. Nuovo ordine di partenza, per la linea. Il fante mormora.

Nella notte attraversiamo quei lindi paeselli del Veneto, che la guerra ha uccisi. Le case con le ginestre buie e spalancate paiono teschi. Dove sono le belle e formose fanciulle che si affacciavano sui quei davanzali una volta fioriti, che si facevano baciare su questi viali ora infranti dal cannone? San Zenone, Cornuda, Masèr, e santi altri! Arriviamo in linea alle ore 22. La linea è stabilita sull’orlo del parco di una villa signorile, dove la sponda della Piave, ripida, ha un’altezza di una ventina di metri. La villa è del maggior Ugo Paccagnella, del

reggimento Genova Cavalleria. La villa ha un magnifico parco di pini enormi e secolari.

A me, che non ho mai visto la guerra, questo pare uno scherzo. Il muro di cinta della villa, è bucato da feritoie. Ai piedi corre un camminamento in cui vi sono i ricoveri che deve occupare la mia sezione. Al di là del muro corre la linea di resistenza, proprio sull’orlo della scarpata. La linea d’osservazione è una cinquantina di metri avanti, sul greto del fiume. Il mio predecessore mi dà le consegne, qualche consiglio pratico, ed una buona stretta di mano. Io, dopo messa a posto la sezione, trovo un cantuccio in una casetta blindata sul ciglio della sponda. C’è una rete metallica da letto e perfino un materasso di lana!

21.- Il tempo è coperto. Verso le 8, un velivolo tedesco che volava alto ha segnalato ai suoi l’animazione insolita nel parco e nella villa, in causa dei soldati nuovi del posto. Subito due colpi di medio calibro sono giunti: uno è caduto sul tetto della villa, svegliando ineducatamente l’ufficiale zappatore, l’altro ha scavato nel cortile un imbuto ammirabile per regolarità. L’avviso è stato sufficiente, ed il fante s’è squagliato subito.

Mentre lavoravo stanotte, ai camminamenti, mi è giunto l’abbaiare d’un cane dall’altra riva. Almeno lui non capisce niente, ho pensato!

22 – Pioggia e neve. Tranquillità. Lavoro notturno.

23. – Ho lasciato la casetta blindata, troppo fuori mano. Ho fatto pavimentare e finire un ricovero al centro della mia sezione, vi ho fatto portare un tavolino, una sedia, la rete metallica, una stufa: sono il meglio alloggiato in trincea. Verso le 13 un velivolo tedesco troppo curioso e stato colpito dal terzo sbrapuell di una batteria antiaerea, ed e andato a cadere in fiamme di là della Piave. A simile offesa l’artiglieria nemica si e messa nervosa a tormentare le nostre linee e le retrovie. La nostra ha risposto a cove altissima, e cecchino sé taciuto.

25 – Stamattina un ragazzo tedesco ha portato alle nostre prime linee un biglietto: “Italiani, se volete star tranquilli oggi dipende da voi”. Noi, che amiamo invece i nostri comodi, abbiamo cominciato un tiro di molestie sulle retrovie, fin verso le 9. Abbiamo pranzato insieme, con Strega di Benevento e vero Champagne di Reims. La sala da pranzo era addobbata da festoni di fino e da vasi di fogliami.

Verso mezzogiorno un aereoplano tedesco senza distintivi, sceso basso, ha lanciato qualche bomba sulle linee, senza profitto. A sera i tedeschi, evidentemente sborniati, si sono messi a bombardare in tutti i sensi con molto fracasso e poco danno.

26 – Giornata meravigliosa. Aria limpidissima e blu tepido. Calma relativa a terra. Per aria andare e venire di velivoli con relative cannonate a pioggia di bossoli e pallette. Due velivoli tedeschi sono caduti in fiamme verso il Montello. Alle 20 sono andato a requisire legname in un magazzino presso il ponte di Vidor, a Barche. 27 – Freddo polare. Il blu e´ di cattivo umore come me. Sono venti giorni che non ricevo posta. Combattimenti e bombardamenti aerei. Tiro a sbapuelles sulle nostre linee.

28- Mi sono alzato un po’ tardi ed ho trovato per terra una nevicata magnifica. Sono stato quasi tutto il giorno tappato nel mio tepido ricovero, salvo una partita a palle di neve coi colleghi. Piccoli lavori notturni. Cielo sereno e luna piena. Noi siamo in piena luce, mentre la riva opposta, sento greto, è nell’ombra scura, misteriosa. Giù sul ghiaione paiono serpi nere le trincee ed i camminamenti. Si distinguono persino i grovigli spinosi dei reticolati. Le vedette e le pattuglie spiccano sul candore uguale. Non un rumore. Solo verso il ponte di Vidor il nemico, evidentemente inquieto, sgrana a tratti il rosario dúna mitragliatrice. Sui monti, anch´essi candidi, irreali in questo chiarore lunare, si arrendono rapide le vampe successive dei cannoni, come le lucciole d´estate. A destra, dal Montello, gli inglesi scaricano regolarmente i loro grossi calibri sulle retrovie nemiche. Verso Bosco dei razzi a catena s´alzano e muoiono. Nell´aria ferma un roteare vertiginoso di eliche. Oggi verso le 14, mentre andavo dal mio comandante, una batteria certo annidata sulle pendici di Vidor tirava insistemente sul parco. Ho sentito, ad un punto, un sibilo … noioso. Mi son fermato pensando: “Son fritto”; ma non ho più udito nulla. Un piccolo fante faceva la stessa via, fischiettando colle mani in saccoccia, è sparito fra i pini con un salto. Ho chiesto perchè.

Il fante, appiccicato dietro ad un grosso pino, essendo praticissimo di simili affari, mi ha additato a pochi passi, in un folto una nube di vapore e non s’è mosso. Era una granatina da 105, giunta man non … arrivata.

29 – Cielo un po’ fosco, ma temperatura discreta. La neve si squaglia lentamente. Lavoro notturno. In alto si vedono le vampe degli shrapnells antiaerei. Dall’altra riva, lontano, s’elevano i soliti razzi a catena. Verso mezzanotte parecchi ta-pum mi disturbanoil lavoro ad intervalli. Era Katerinna che tirava ad una nostra pattuglia, ma con tanta precisione che le pallottole venivano a schiacciarsi sul muro della villa.

30.- Sereno. Freddo polare. Grande movimento di aerei. Nostra azione dimostrativa d’artiglieria, verso le 16. L’altra sponda è velata dal fumo delle esplosioni. Giù verso Bosco qualcosa brucia con enorme fumo e scoppi intermittenti. I tedeschi non rispondono. Certo non conviene. Verso le 19, lavoro notturno. Alle 1, a letto.

31.- Mi son alzato tardi. Faceva freddo e mi sono rintanato. Niente di nuovo. Alle 19, al lavoro. Viva la vita dei pipistrelli! Alle 2 a dormire.

Foto aerea e panoramica del fronte del Piave nella zona di Villa Paccagnella. La posizione della villa in una foto satellitare ai giorni nostri

Gennaio 1918

1.- Bellissima giornata, fredda e serena. Abbiamo fatto colazione allegramente in famiglia. Alle 19 al lavoro. Ho lavorato fino alle due, costruendo una piazzuola magnifica per la mia 2a arma

2.- Sereno e sole. Ho fatto colazione all’aperto, a dispetto del sole venticello frizzante e degli shrapnells di cecchino, più frizzanti ancora. Alle 20 esco di pattuglia col mio comandante. Per la prima volta, mi sono divertito abbastanza. Pare che cecco sia morto, poiché non ci ha degnati – eravamo quattro – nemmeno di una fucilata, quantunque illuminati in pieno da un riflettore nostro. Sul mio bastone, che ho immerso

nel fiume, l’acqua s’è gelata e forma un sottile strato cristallino. Sono quasi gelato anch’io, e vado a letto.

3.- Sempre sereno smagliante e freddo intenso. Nulla né di nuovo né di bello.

4.- Come sopra. Attività dell’artiglieria nostra.

5.- Anche oggi questo insolito inverno ha voluto regalarci una magnifica giornata. Il Montello oggi si è sfogato sulla riva sinistra coi suoi long Toms, perché, cecco aveva tirato a noi qualche colpo. È un castigo terribile. L’aria è nera, e si distinguono solo gli altri pini di terra sollevati dalle esplosioni. In venti minuti il fumo ha velato parecchi chilometri di fronte. Alla fine, cosa insolita, i tedeschi rispondono, coi grossi calibri, sulle prime linee britanniche, ma ormai Tommy dorme ed è quieto.

6.- Nuvolo. Fa freddo ed ha voglia di nevicare. Passeggiando ho scoperto presso la strada di Vidor, tra un fosso ed un filare d’alberi, un cimitero di guerra. Sono dodici o quattordici tumuli, i più d’ufficiali. Uniformi ed allineati come ad una parata. Una croce di legno, ed un nome scolpito rozzamente su di una tavoletta. Tutti così. Anche due aviatori tedeschi abbattuti dall’artiglieria nostra presso Montello, dormono lì. Un tenente ed un sergente, di Berlino e di Lipsia (potrebbe trattarsi dei due aviatori abbattuti sopra Onigo il 5 dicembre 1917 https://guerrasulfrontedelpiave.home.blog/2020/04/04/soldati-dimenticati-9/).Ho pensato al mio povero Enea che in una dolina del Carso ha il suo ultimo letto, simile a questi. Stasera devo lavorare per farmi delle nuove piazzuole più a sinistra. Manca tutto. Nè trincea, nè camminamenti. Non si può muovere un dito senza essere scorti dal nemico. Meno male che non spara.

7.- Mi sono alzato tardi. Verso le 16 ha cominciato a nevicare. Dopo la mensa è venuto un sottoufficiale d’artiglieria, francese, che voleva uscire di pattuglia con me. Gli ho offerto una sigaretta, il caffè ed un bastone, poi via. Sul greto c’era molta neve, ed al riflesso del nostro proiettore cecco ci doveva vedere benissimo. Eppure non una fucilata. Dopo un’ora un po’ abbondante siamo rientrati.

8- Malgrado, ed a dispetto del chiasso che han fatto oggi gli artiglieri tedeschi, ho dormito quasi tutto il giorno. Solito lavoro notturno.

9- L’11 sera avremo il cambio ed andremo a riposo. Non ho fatto nulla. Cecco ha tirato coll’artiglieria.

10.- Riposo. Ultimo giorno di linea. Dobbiamo partire domattina alle 4. Magnifica giornata. Non ho fatto che passeggiare, per portare con me la memoria di questi bei luoghi.

11.- Ho vegliato l’intera notte, fumando come una ciminiera. Il capitano che ha dato il cambio alla compagnia di fanteria con cui sono in linea, un divertentissimo uomo pieno d’una fiffa illimitata, ha allietato me ed i colleghi colle sue dimostrazioni di coraggio. Stamattina alle 4 – bellissima sorpresa – Argenzio è venuto a darmi il cambio colla sua sezione. Poi il nomade fante si è messo in cammino. Passiamo Cornuda,

ormai rovinata dal cannone, e pur sempre battuta a causa della strada. Poi Muliparte, dove ci siamo fermati. Cattivo alloggio in una cascina. In trincea stavo meglio. Alla mensa ho trovato Filippo Giavelli, antico amico di famiglia.

12 – Ho assistito ad un trattenimento franco – italiano.

13 – Ultimo giorno di fermata a Muliparte. Preparativi di partenza.

14 – Con un gaio sole primaverile, alle 11 partiamo per Pianiga presso Padova.”

Un’altra testimonianza che emerge dopo un secolo sui nostri paesi, sui fatti e sui personaggi che in quegli anni di sofferenza riuscirono a lasciare un ricordo che, spero, non siano dimenticati.

“El canon de Canal Vecio”

Un obice austriaco tra le colline di Col San Martino

Capita a volte che alcune ricerche o approfondimenti nascano, se così si vuol dire, in maniera del tutto casuale e imprevista. È il caso di questa modesta ricerca, svolta a più mani grazie all’aiuto dell’amico Franco De Biasi e di suo fratello Roberto De Biasi. Tutto nasce da un’immagine inviatami da Franco: una foto di una piazzuola completa di didascalia “Valdobbiadene. Piazzuola del cannone da 381 mm austriaco”.

Questa “semplice” immagine risveglia immediatamente la nostra attenzione. Sì perché quel “cannone da 381 mm austriaco” non ci suona per niente nuovo. Ne abbiamo già sentito parlare e lo abbiamo visto in qualche altra foto. In queste però faceva bella mostra di sé solamente la bocca da fuoco, adagiata sopra un rimorchio ed abbandonata ai bordi di una strada. Ora invece ecco comparire anche il resto del pezzo, la piazzuola dove era schierato e da dove operava. E allora ecco che si inizia a voler scoprire dove fosse stato piazzato, e cercare di capirne un po’ di più su questo grosso calibro dell’esercito austro-ungarico.

Una ricerca svolta con passione, navigando su Internet e cercando sui libri. Girando, foto in mano, alla ricerca di questa piazzuola e della strada dove fu abbandonata la lunga bocca da fuoco.

Pian piano uscivano fuori brevi informazioni, tasselli che un po’ alla volta ci hanno fornito un quadro abbastanza chiaro sul “nostro” 381, riservandoci anche qualche piacevole sorpresa.

Anche se indicato come “cannone”, la sua esatta definizione sarebbe obice, ma ho voluto lasciare nel titolo il nome con cui è sempre stato chiamato e conosciuto nei nostri paesi.

L’augurio è che questo articolo di approfondimento abbia potuto fare un po’ di luce sulle vicende di uno dei più grossi calibri utilizzati dall’esercito austro-ungarico nel corso della guerra, e schierato a ridosso del Piave.

Al seguente indirizzo è possibile scaricarlo in formato pdf: https://drive.google.com/file/d/10pDQ4O4UQ3ajgUgIUnWpNElnCzsaWTgL/view?usp=sharing

Soldati dimenticati…

Don Giuseppe Pianese – 270° Reggimento di Fanteria “Aquila”

Garibaldi Fattori – 3° Reggimento Alpini “Moncenisio”

Nel corso delle varie ricerche su fatti e personaggi che nel corso del primo conflitto mondiale videro protagonisti i nostri paesi lungo il fronte del Piave, mi sono imbattuto in due soldati il cui destino si incrociò a Vidor, non durante dei combattimenti e scontri a fuoco, ma in un contesto più “pacifico”.

Siamo nel 1917, e più precisamente il 4 aprile, giorno di Pasqua. L’Abbazia di Vidor era sede di un ospedale da campo militare (l’ospedale 0130), come ho già avuto modo di scrivere qui.

Don Giuseppe Pianese oltre che cappellano del 270° Reggimento di Fanteria “Aquila”, prestava servizio come soldato di sanità presso l’ospedale, e il giorno di Pasqua scrive una lettera al Padre Rettore Padre Antonio Molinari, parroco della chiesa di Santa Maria Nera (o Santa Maria Corteorlandini) a Lucca.

<<Vidor, 4-4-1917

Carissimo P. Rettore,

Nella ricorrenza della S. Pasqua insieme ai

tanti le giungano ancora gli augurii sin=

ceri ed affettuosi, che parteciperà a tutta la

comunità, dal suo affezzion.

P. G. Pianese>>

Garibaldi Fattori, alpino del “Moncenisio”, si trovava invece in convalescenza presso l’ospedale di Vidor, a seguito di alcune ferite riportate nel corso di un combattimento, e il 4 aprile incide il proprio nome sul muro perimetrale dell’Abbazia di Vidor.

Nato il 22 agosto 1891 a Scurano di Neviano degli Arduini (Pr) dove risiedeva, era figlio di Manlio Fattori e Filomena Pellegri.
Il suo vero nome di battesimo era Luigi, in quanto a quei tempi non si potevano mettere nomi… se non di Santi.
Apparteneva al II Reggimento artiglieria da fortezza, Battaglione “Moncenisio”, ferito nelle trincee delle Tofane (vicino a Cortina). Dopo il ricovero presso l’ospedale posto nell’Abbazia di Santa Bona a Vidor, passò ad un convalescenziario, quindi con la rotta di Caporetto venne richiamato in prima linea.
Morì a Scurano il 18 febbraio 1978 (fonte: L’alpino Imolese, n.2 ottobre 2017).

Il “Moncenisio” operò nella zona delle Tofane però dal 19 giugno, quindi è probabile che Garibaldi Fattori fosse in convalescenza a seguito di combattimenti avvenuti in un altra zona del fronte (forse il settore del Pal Piccolo stando al riassunto del diario del Reggimento), e forse fu nuovamente “ospite” a Vidor più tardi per un’altra ferita rimediata sulle Tofane.

In ogni caso quel giorno di Pasqua del 1917, molto probabilmente i due soldati ebbero modo di incontrarsi e magari scambiare qualche parola assieme, distanti dal fronte e dai combattimenti.

Garibaldi Fattori sopravviverà alla guerra e ritornerà al suo paese, dove morirà il 18 febbraio del 1978.

Don Giuseppe Pianese invece morirà qualche mese dopo, il 31 agosto 1917 a q.800 sull’Altopiano della Bainsizza per le ferite riportate in combattimento.

Soldati dimenticati…

Ernst Richard Wolf – Oberleutnant, k.u.k. Luftfahrttruppen

Nel corso di una ricerca in rete, mi sono imbattuto in un ritaglio di giornale del 2017, in cui si ricorda Ernst Richard Wolf, aviatore austriaco caduto a Onigo il 5 dicembre 1917.

Cercando ulteriori informazioni sono riuscito a scoprire che Ernst Richrad Wolf era osservatore su un aereo pilotato da Stefan Toth, e ho trovato un nipote che chiedeva informazioni sul nonno in un forum di aeronautica della Prima Guerra Mondiale nel 2015.

<<Sto facendo ricerche su mio nonno dott. Ernst Richard Wolf, di nazionalità austriaca, Oberberutnant i.d.reserve, k.u.k. luftfahrttruppen.

Apparentemente fu ucciso in azione il 5 dicembre 1917 in una battaglia aerea vicino a Monte Asolo, nel nord Italia, all’indomani della grande offensiva di Caporetto nell’autunno 2017.

Era un osservatore in un aereo a 2 posti, apparentemente pilotato da Zugsfuehrer Stefan Toth; l’aeromobile potrebbe essere stato un Hansa Brandenburg C1 con registrazione 114.12 (o simile), appartenente a FLIK 53.

La base aerea da cui ebbe origine il suo ultimo volo potrebbe essere stata Aviano (occupata dalle forze austriaco-ungheresi), mentre la rotta della missione avrebbe potuto essere Crespano (del Grappa), Possagno.

Ho informazioni contraddittorie sul volo, in particolare l’atterraggio di emergenza vicino ad Asolo con la prigionia dell’equipaggio, ma anche che l’aereo è stato abbattuto ed è esploso all’impatto a terra con l’equipaggio completamente bruciato e portato a riposare nel cimitero di Asolo.

Quello che sto cercando di scoprire è se ci sono informazioni di un aereo italiano che corrispondono ai miei dati e potrebbero far luce su ciò che è realmente accaduto a mio nonno.

Fino ad ora ho trovato 2 registrazioni di uccisioni da parte italiana il 5 dicembre 1917, ma sono inconcludenti / contraddittorie:

  • Ernesto Cabruna, unità 80a, ma riguarda un Br C1 con registrazione 169.17 del FLIK 32 / B, e la posizione Salgareda, che è piuttosto fuori rotta
  • Silvio Scaroni, unità 76a, riguarda una “2 posti”, e la posizione di Onigo di Piave, che in realtà è abbastanza vicino ad Asolo e al presunto percorso della missione il 5 dicembre.

Robert Veldhuyzen>>.

Non era ancora ben chiaro di che tipo di velivolo si trattasse, le dinamiche dell’abbattimento e neppure chi fu ad abbatterli.

Ho allora consultato il libro di Silvio Scaroni “Battaglie nel cielo”, e ho trovato un capitolo dedicato interamente allo svolgersi degli eventi. Fu dunque lui (secondo asso italiano dopo Francesco Baracca) ad ingaggiare una battaglia con l’aereo di Toth e Wolf e ad abbatterli. Inoltre è emerso che l’aereo da loro pilotato era un Aviatik C.I.

L’Aviatik C.I era un monomotore biplano da ricognizione sviluppato dall’azienda tedesco imperiale Automobil und Aviatik AG negli anni dieci del XX secolo e prodotto, oltre che dalla stessa, anche su licenza dalla Hannoversche Waggonfabrik.

Sviluppo dei precedenti Aviatik B.I e B.II non armati, venne principalmente utilizzato dalla Luftstreitkräfte, la componente aerea del Deutsches Heer (l’esercito imperiale tedesco), durante la prima guerra mondiale. Prodotto in un numero limitato, servì da base di sviluppo per i successivi Aviatik C.II e C.III.

Dimensioni e pesi

Lunghezza:  7,92 m

Apertura alare:  12,5 m

Altezza: 2,95 m

Superficie alare: 43,0 m²

Carico alare: 31,2 kg/m²

Peso a vuoto: 750 kg

Peso carico: 1340 kg

Propulsione

Motore: un Mercedes D.III

Potenza: 160 PS (118 kW)

Prestazioni

Velocità max: 142 km/h

Velocità di salita: 1,7 m/s

Autonomia: 3 h

Tangenza: 3.500 m

Armamento

Mitragliatrici: una Parabellum MG 14 calibro 7,92 mm brandeggiabile posteriore

Bombe: carico di bombe leggere

Ecco il racconto di Scaroni sui fatti avvenuti il 5 dicembre 1917.

Ho cercato in questi giorni di mettermi in contatto con il nipote di Ernst Richard Wolf, ma purtroppo ad oggi non ho avuto risposta. Confido prima o poi di riuscire ad inviare anche a lui le pagine del libro di Silvio Scaroni, e soddisfare così le sue richieste sulla morte del nonno.

Soldati dimenticati…

Augusto Moricci – 11° Bersaglieri a Crocetta Trevigiana

Augusto Moricci nasce il 6 novembre 1887 a Porto Recanati, e muore a Roma l’8 febbraio 1958.

Come annota nel suo piccolo diario “Diario della mia vita militare”, <<Chiamato alle armi il giorno 6 novembre 1915) ricorrenza del mio compleanno. Mia presentazione, giorno 8, compleanno del mio caro figlio Danilo. Destinato 11° Bersaglieri parto il giorno 11 mattina per Ancona. Mi vestono, parto per Loreto la sera del 13. 26 Dicembre, vado in licenza di 8 giorni a casa (non mi pare vero).>>

Giunge in linea sul Piave a Crocetta a metà del mese di gennaio 1918. Il suo pensiero in quei giorni è rivolto alla moglie Amelia, che a breve deve partorire.

<< 16 [gennaio] domani si va in linea pare che anche li non si stà male.

17 [gennaio] si parte questa notte alle 3 cosi non dormiamo per niente bella vita, sono 3 giorni che si mangia riso la fame sincomincia a far sentire

18 [gennaio]questa notte non ho dormito per niente per quanto abbia provato non mi è riuscito che solo verso le 2 alle 3 mi sono alzato e via con la carretta il cuore mi dice che Amelia a partorito, dormiamo in una cantina non possiamo lagnarci il paese e Crocetta ci troviamo in trincea nel Piave.

19 [gennaio] sparano poco il tempo pare ci aiuti passo i giorni in continuo pensare a casa quando mi manderanno in licenza?>>

Purtroppo però Augusto non vedrà mai suo figlio. Il 26 dicembre infatti lo raggiunge la notizia che è morto durante il parto.

<<26 [gennaio] ho ricevuto la notizia della morte del mio secondo figlio, causa del parto mal riuscito, quanto avrà penato la mia cara Amelia! eppure a cuesto non ci avevo mai pensato, mi pareva sempre di venire a casa allimprovviso ed essere accolto dal nuovo venuto con una risatina, invece il destino non me lo ha fatto neanche vedere. rassegnamoci alla volontà di Dio, forse gli mancava un angelo per fare la compagnia ai nostri cari così ha chiamato il mio piccino, beato lui! che ha finito di tribbolare prima d’incominciare! ma lui che sa tutte le tribbolazioni della mia cara Amelia e le mie, le dirà a tutti gli angeli suoi compagni, e con le loro piccole preghiere e quelle di tutti i nostri cari terranno distante da noi il genio del male, questa è la nostra vita!! questo è il destino!! Crocetta Trevigiana (mattino ore 5)

27-1-918

27 [gennaio] appena ricevuta la lettera ieri sera andai dal capitano dove mi disse che si ero in diritto (10 mesi) oggi mi avrebbe mandato, vedremo almeno si avessi questa fortuna! la mia mente non sa cosa pensare, ho avuto la febbre e questa notte non ho dormito quasi per niente, ecco i brutti sogni che facevo questi giorni, anche il nome di questo vigliaco paese è stato contro di mè Crocetta ed una crocetta è stata, ma quando finiranno le nostre tribbolazioni?

parlo col capitano doman sera vado in licenza

28 [gennaio] parto per la licenza

31 [gennaio] arrivo a Roma alle 3 di notte (Gennaio)>>.

Fatti dimenticati

L’arrivo del Reserve-Jäger-Bataillon Nr. 5 a Farra di Soligo

Ecco uno stralcio tradotto dal libro “Reserve-Jäger-Bataillon Nr. 5” edito a Berlino nel 1929, in cui si parla dell’arrivo nei nostri paesi, ed in particolare a Farra di Soligo, da parte dei soldati tedeschi nel novembre del 1917.

“L’11 novembre si continua a marciare attraverso le belle e ricche pianure italiane. Splendidi borghi, aziende e castelli si susseguono da vicino: Rorai, Fontanafredda, Sacile sul Livenza, Godega di S. Urbano e Pianzano. Dopo circa 23 Km. il giorno successivo la marcia diventa più estenuante, i nostri soldati incontrano i primi rilievi. Da S. Fior, Conegliano, poi verso le ripide e strette zone montuose di Castella, S. Pietro di Filetto, Refrontolo, Costa fino a Pieve di Solighetto. La marcia è rallentata dall’artiglieria, che rimane bloccata davanti a noi.

Da S. Pietro si scende di nuovo in un paese meravigliosamente bello, tra rami di gelso e un sacco di frutti. Gli alloggi a Pieve sono buoni, anche l’offerta di cibo funziona bene, manca solo il pane.

Stiamo qui fino al 17 novembre. Il Piave di fronte a noi si è gonfiato, tutti i ponti sono stati completamente distrutti e il fratello italiano ha l’aiuto di truppe inglesi e francesi, in particolare di artiglieria pesante. Con noi il rifornimento di munizioni non funziona più. Come affermano più tardi gli scrittori militari austriaci, questo fallimento può essere attribuito a certi contrattacchi, in particolare quelli dei cechi, che operarono agli ordini dei commando dell’esercito, Conrad V. Hokendorf.

Il 17 novembre partiamo alle 6 del mattino. È inizialmente freddo, ma si riscalda quando il sole si alza. Marciamo su Soligo fino a Farra di Soligo, dove arriviamo alle 9 del mattino. I quarti sono tollerabili. Qui arriviamo per primi. Dal Piave siamo ancora a circa 8 km di distanza. Lì, combatte la nostra divisione, la dodicesima divisione di fanteria.

La possibilità desiderata di attraversare il Piave dipende dalla caduta del Monte Tomba. La montagna, situata dall’altra parte del Piave, è alta 870 m, e fa parte delle Alpi. Gli italiani lo difendono pesantemente con artiglieria pesante e da lì si domina la parte del Piave, dove è possibile cercare un attraversamento. Più a sud, la zona è di nuovo attraversata come un tavolo, da innumerevoli trincee che lo attraversano, il che rende completamente impossibile ogni movimento di truppe di fronte alle loro posizioni rialzate.

E più a nord, le Alpi impediscono qualsiasi movimento di truppe importanti, almeno per tutto ciò che non può camminare, ma deve essere guidato o trasportato.

Farra ottiene molta artiglieria austriaca, tra cui alcuni mortai da 30.5 cm. Da nord, si suppone che le truppe tedesche siano in costante progresso dall’altra parte del Piave. Tra questi c’è la divisione Jager tedesca (Inf. Div. 195), in cui opera il nostro battaglione Jager nr. 5.

La temperatura di notte scende a 0 gradi, mentre durante il giorno il sole riscalda. Alcuni soldati dicono di aver visto il mare dall’alto”.

Soldati dimenticati…

Jerome Artigalas – Soldato del 107° Reggimento di Fanteria Francese

Durante l’offensiva finale condotta dall’esercito italiano nell’ottobre del 1918, assieme alle nostre truppe presero parte ai combattimenti anche due divisioni britanniche (inquadrate nella 10a Armata) e una francese (inquadrata nella 12a Armata).

Proprio quest’ultima aveva l’obiettivo di forzare il Piave davanti a Pederobba, assieme alla 52° divisione italiana, composta dal 1°, 9°, 5° e 10° Gruppo Alpini, e puntare verso Valdobbiadene e le sue alture.

La 23a divisione di fanteria francese comprendeva il 78°, 107° e 138° reggimento di fanteria, coadiuvate da reggimenti di cavalleria e di artiglieria.

Verso le 19 del 26 ottobre, nonostante la forte corrente del Piave, vennero traghettate sulla sponda sinistra due compagnie francesi del I battaglione del 107° reggimento di fanteria con il compito d’iniziare a costituire la prevista testa di ponte, oltre al trasporto di piccoli elementi per la costruzione di un ponte.
La loro missione ci viene descritta da una testimonianza redatta da un anonimo soldato
francese: “Missione: assicurare la protezione ai pionieri del genio; interdire al nemico tutte le incursioni sul fiume. Agire con discrezione al fine di non allertare l’avversario. Appena i ponti saranno costruiti, gli altri reparti del 107° passeranno a loro volta, secondo un ordine preciso e minuzioso; eccone una descrizione sommaria:
ore 18.00 inizio del ponte;
ore 19.00 attraversamento su passerelle di due compagnie del 107° RI;
ore 00.00 appena i ponte sarà terminato, attraversamento del resto del 1° battaglione:
ore 00.15 attraversa il 2° battaglione;
ore 00.45 attraversa il 3° battaglione;
Dalle ore 1.00, i primi reparti della 52° DI italiana potranno passare a loro volta sulla
riva Nord del Piave”.

“Alle ore 20, come previsto, attraversano due compagnie di copertura: 80 uomini attraversano senza incidenti. Un primo perimetro di protezione è gettato, ma in seguito le cose si complicano: molte imbarcazioni, a causa della forza della corrente, approdano a 1.000 metri più a valle del punto stabilito, altre si rovesciano o ritornano alla riva di partenza. Alle 21.30, 160 uomini sono passati; il comandante Chabauty decide di interrompere i tentativi”.

Poco dopo la 30a compagnia pontieri, sotto la guida del tenente Maestri, assieme a due
compagnie di genieri francesi iniziarono il gittamento di due ponti di barche in località
Molinetto, tra la stazione merci e quella viaggiatori. La larghezza da oltrepassare era di
circa 50 metri, le acque del Piave erano ancora ingrossate per le recenti precipitazioni e la corrente si attestava sui 3-4 metri al secondo. All’1,30 un ponte era concluso, mentre l’altro, più a sud, dopo la costruzione della quarta impalcatura a causa della forte corrente ruppe gli ancoraggi, e venne travolto dalla corrente. Al momento gli
austro-ungarici non avevano ancora scorto il ponte di barche ultimato, e si poté iniziare
il passaggio sull’altra sponda delle prime truppe. Subito iniziarono a portarsi sulla riva sinistra il 107° reggimento di fanteria francese (colonnello Bertaux), seguito dai battaglioni alpini Bassano e Verona, il colonnello Scandolara, comandante del 9° Gruppo alpini con le compagnie mitragliatrici 1771a e 1772a, due compagnie del 135° Campania del vicino XXVII Corpo d’armata. Ecco il racconto del passaggio del fiume da parte dei fanti francesi: “Alle ore 1.40 arriva finalmente il segnale di attraversare. In colonna per 4, come alle manovre, il Piave viene attraversato, in 20 minuti, e questo alla luce dei riflettori nemici, sotto le raffiche di mitragliatrice e le granate che piovono da tutte le parti”. Il comandante del reggimento, Bertaux, e il suo Stato Maggiore una volta passato il Piave si installarono sulla riva sinistra a 800 metri dal ponte. I progressi fino ad ora erano ancora scarsi, bloccati dal Costone di San Luca a sud di San Vito; una scarpata con dislivello di circa 35 metri difesa accanitamente da granatieri e mitraglieri austro-ungarici della 31a divisione di fanteria ungherese (i fanti romeni del 32° reggimento presi dal panico si diedero alla fuga) e da una rete inestricabile di reticolati.
Bertaux ordinò di raggiungere ad ogni costo la sommità prima che si facesse giorno.
Il secondo e terzo battaglione, con la protezione del primo, partirono all’assalto. Il terzo, con l’estrema sinistra addossata la Piave attaccò in direzione di Osteria Nuova, mentre il secondo attaccò in direzione Madonna di Caravaggio con l’appoggio sulla destra di un battaglione della 52a divisione italiana. Al costo di numerose perdite, con tre attacchi prima delle 7, il 107° reggimento si lanciò all’assalto della scarpata che domina l’argine nord del Piave. Proprio in questi combattimenti trova la morte Jerome Artigalas. Ecco
la descrizione di quei momenti nei ricordi di un anonimo soldato francese: “Il II battaglione si apre un varco con le cesoie nella prima rete di reticolati. Credendo
libera la via, di propria iniziativa, il trombettiere Artigalas suona la carica e tutti si lanciano all’attacco, ma per ricadere qualche metro più avanti su una seconda rete, che bisogna cominciare a tagliare come la precedente sotto le pallottole e le granate, mentre la tromba scatenata continua a suonare freneticamente la carica. Come fosse trascinato da una forza irresistibile, il II battaglione travolge l’avversario e prende finalmente posizione sul bordo della scogliera: in questo preciso momento l’intrepido Artigalas cade gloriosamente, colpito in piena fronte da una pallottola. Noi conserviamo come una preziosa reliquia quella tromba che ha suonato la carica del II battaglione e che porta l’impronta della pallottola che ha colpito mortalmente il bravo Artigalas. Nella confusione della carica, il nemico cerca di defilarsi per la scarpata di Funer ma, superato il momento di sorpresa e valutato il pericolo, si riprende velocemente e alla fine il II battaglione si dovrà accontentare di accamparsi sull’orlo della scogliera in una posizione, a dir poco, esposta. Le mitragliatrici austriache della Montagnola battono abbondantemente la posizione facendo crescere le perdite già consistenti.
L’assalto ha messo fuori combattimento la metà del battaglione e il bravo comandante
Magord, che ne ha viste di ogni specie sul fronte francese, viene anch’egli gravemente
ferito.

La salma di Artigalas si trova nell’attuale monumento ossario di Pederobba, assieme alle ad altri 899 commilitoni francesi caduti nei combattimenti sul fronte italiano.

Soldati dimenticati…

Facci Agostino – 7° Reggimento Alpini Battaglione Feltre

Facci Agostino nasce l’11 febbraio 1896 a Col San Martino, frazione di Farra di Soligo provincia di Treviso, figlio di Benvenuto e Tormena Maria primo di 10 figli.

Sono contadini, con terra insufficiente per mantenere la famiglia, quindi si doveva andare a lavorare presso altri. In genere le condizioni di vita di tutti i paesani erano di povertà, a volte anche estrema. Agostino era un abile cacciatore (con trappole, reti) e poteva scambiare le sue prede con alimenti più necessari alla famiglia. Raggiunge la V elementare e presto va a lavorare presso altri contadini del territorio in cambio del solo vitto.

La parrocchia contava circa 3.000 persone e si trova sulla strada che da Farra conduce al ponte di Vidor sul Piave.

Agostino viene arruolato nel 1916 e incorporato nel Battaglione Feltre del 7° Reggimento Alpini.

Con l’inizio del 1916 il “Feltre” occupa stabilmente Caoria Val Vanoi e colloca degli avamposti in località Gardelin. In Valsugana le compagnie del “Feltre” giungono a Novaledo, conquistano la montagna su Roncegno, Marter e puntano sui monti Broi. A maggio scatta l’offensiva austriaca denominata “Strafexpedition” che travolge le truppe italiane tra l’Adige e il Brenta.

In Valsugana e in Val Vanoi la spallata austriaca si traduce in un leggero ripiegamento su posizioni sostanzialmente imprendibili ancorate alla Cima d’Asta e alle Cime d’Arzon.

Sono stari persi il Col San Giovanni e il Passo Cinque Croci ma le blindate trincee di Pralongo tengono. Il 25 maggio il reparto viene spostato a Monte Ciste e poi sul Cima dove il 26 contrattacca alla baionetta un battaglione di fanteria austriaca che aveva occupato la cresta del monte. Nei primi giorni di luglio il “Feltre” rioccupa le posizioni precedentemente perdute. L’offensiva austriaca si arena. Ad agosto viene ordinato al “Feltre” una azione contro il Cauriòl. Avanza lentamente per la resistenza austriaca ma, appoggiato dalla 5a Batteria da montagna la sera del 26 i primi alpini sono a una decina di metri dalla vetta e il 27 con una sforzo finale la cima è presa. Il prezzo è alto: 300 tra morti, feriti e dispersi. “Nella zona di Fassa (Avisio), dopo lotta accanita, gli alpini occuparono l’aspra cima del Cauriòl, ergentesi sulle rocce a 2495 metri. La posizione fu subito rafforzata ed è in nostro possesso. Furono presi una trentina di prigionieri, tra i quali un ufficiale. (Comunicato del 29 agosto 1916)”. Il fatto meritò la copertina della Domenica del Corriere illustrata da A. Beltrame. Tra settembre e novembre il “Feltre” insieme alle altre unità prende parte ai sanguinosi assalti atti a conquistare il Passo Sadole e la forcella Valmaggiore. Il successo non arriva se non per qualche limitato avanzamento. In quei mesi diventano italiane, oltre al Cauriòl. anche il Gardinàl e la quota 2456 del Busa Alta. Conquiste pagate a prezzi altissimi in termini ili vite umane.

Il 1917 si apre sotto pesanti nevicate. A fine gennaio il Battaglione viene inviato a riposo a Cardellini un posto tutt’altro che ameno causa l’intenso freddo nelle baracche non idonee. Le nevicate continuano fino all’inizio della primavera impedendo ai contendenti qualsiasi azione bellica. Il “Feltre” resta schierato a presidio del Cauriòl: solo qualche azione di pattuglie. Poi giunge la notizia di Caporetto e l’ordine di immediata evacuazione con ripiegamento sul Grappa. Il 6 novembre il Battaglione raggiunge il Grappa e prende posizione tra il monte Salarolo, monte Fontanasecca, monte Tomba. Gli austriaci attaccano tra il 20 e il 25 novembre ed obbligano le penne nere a ripiegare dopo una lotta aspra e cruenta. I caduti non si contano. (In questo Contesto Facci Agostino ottiene la medaglia d’argento). Il reparto è provato e viene inviato nelle retrovie per essere riorganizzato. Rientra al fronte il 5 dicembre sul monte Valderoa proprio in tempo per essere investito dall’ennesimo tentativo di spallata austro-ungarica. In due giorni di attacchi e controattacchi, con frequenti corpo a corpo al termine dei quali il Valderoa è perso e riconquistato innumerevoli volte, fino alla sua definitiva riconquista nel pomeriggio del 14 dicembre. Il Valderoa resta italiano, ma il “Feltre” ne esce praticamente distrutto: su un organico di circa 800 uomini, stato maggiore compreso, le perdite ufficiali registrate tra il 4 novembre e il 14 dicembre ammontano a circa 670 tra morti, feriti e dispersi. La fine del 1917 vede il “Feltre” in fase di riorganizzazione: il Battaglione viene ricostituito con l’arrivo di nuovi complementi ed inviato per un periodo di riposo a Pederobba.

L’alba del 1918 vede il “Feltre” alternare periodi di linea nelle trincee del Valderoa a periodi di riposo. Il 5 marzo il reparto si sposta in val d’Astico. Ad aprile altro spostamento per presidiare e rafforzare la 2a linea di val d’Astico. Anche qui tutto tranquillo. Il 22 ottobre il “Feltre” è spostato in Vallagarina, ad Avio, a difesa del monte Coni Zugna fino a quando, il 1° novembre, riceve l’ordine di muovere verso Trento. Il 2 novembre occupa Rovereto, all’alba del 3 entra a Trento. Siamo alla fine della Grande Guerra ma per il “Feltre” non è ancora il definitivo “rompete le righe”: il Battaglione viene inviato, come parte delle truppe di occupazione, in territorio austriaco, ad Innsbruck dove rimane anche per alcuni mesi del 1919.

I genitori di Facci Agostino, le sorelle, i fratelli e altri parenti e buona parte degli abitanti di Col San Martino hanno visto quasi tutte le loro case distrutte o occupate dai soldati austro- ungarici: hanno potuto miseramente sopravvivere riparandosi in baracche sommariamente costruite. Non hanno potuto lasciare il paese perché troppo poveri, senza risorse per poter vivere altrove. Quando Agostino torna dalla guerra la situazione è ancora tragica, ai limite della sopravvivenza: il lavoro è inesistente, e quando gli viene offerto è pagato con il solo vitto, ed è saltuario; come succedeva quando era bambino. Nel 1922 Agostino si sposa, nel 1923 nasce la prima figlia, Maria. Le difficoltà economiche si aggravano tanto che accetta di andare ad Aosta per 6/7 mesi a lavorare come muratore. Anche Maria, appena terminata la scuola elementare deve mettersi a lavorare: nel 1933/34 è a Busto Arsizio come bambinaia. Agostino nel 1935/36, invece, si reca ad Addis Abeba (immediatamente a ridosso della “conquisa dell’impero”) a lavorare come muratore. Il posto glielo procura il medico di Col San Martino che ha un fratello in Etiopia. L’impegno dura però pochi mesi. Alcuni anni prima una sorella si era trasferita a Legnano e lavorava alla De Angeli – Frua, vivendo nel convitto di questa ditta. Chiama il fratello che giunge a Legnano con Maria nel 1939. Anche qua i lavori per un operaio non specializzato sono precari, tuttavia nel 1940 Agostino riesce a ricongiungersi con la moglie e gli altri figli. Abitano insieme, seppur poveramente, prima alla Cascina Olmina e poi in via Gigante, e quando sia lui che Maria ottengono un lavoro alla Cantoni possono trasferirsi in un alloggio più idoneo in via Carlo Porta. Nel 1941 Facci Agostino compila la domanda per essere iscritto quale socio all’Istituto del Nastro Azzurro. Raccontando in famiglia le sue esperienze di alpino durante la Grande Guerra ricordava la fame spesso sofferta al fronte, la durezza degli ordini, l’atteggiamento dei superiori sovente sprezzante ai limiti del maltrattamento e soprattutto i terribili e pericolosi assalti con la sola baionetta. Agostino muore a 53 anni.

(Ricordi della Signora Maria Facci, e del figlio Signor Franco Luraghi, presenti nel libro “Legnano nella Grande Guerra vol.2, Volume 2” – Autori vari)

Medaglia d’Argento al Valor Militare – “Osservatore a Monte Salarol, prese parte spontaneamente ad un contrattacco alla baionetta per scacciare il nemico da posizioni che aveva occupate, non volendo profittare, in un momento critico, del permesso che aveva di ritirarsi su posizione retrostante. Esempio di calma, coraggio, abnegazione”. Monte Salarol, 25 novembre 1917.

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