Soldati dimenticati…

Barghiglioni Carlo – Gruppo Aerostieri

Nuotatore, ciclista e podista. Detto “Zuavo” per via dei pantaloni molto larghi che usava in gara. Nato a Roma il 25 gennaio 1885 in Via di Montoro e battezzato a San Carlo dei Catinari. Deceduto a Roma il 3 gennaio 1976.

Partecipa, con successo, a molte gare sul Tevere intorno al 1905. Ha partecipato anche a gare che prevedevano fasi podistiche, ciclistiche e natatorie (antesignane del moderno Triathlon). Diplomato come geometra. Nel marzo 1914 si trasferì per lavoro a Marsiglia ma fu presto costretto a far ritorno in patria per lo scoppio della guerra. Combattente in prima linea nella Grande Guerra nel corpo degli Aerostieri, ha lasciato componimenti poetici da lui scritti in cui narra la dura vita al fronte. Più sotto ne troverete uno gentilmente donato dal figlio Egidio. Fu insignito di Medaglia di Bronzo al V.M..

Si può ragionevolmente affermare, sulla base di ricerche e studi attualmente in corso da parte di LazioWiki (2018), che Barghiglioni possa essere stato uno dei soci che fondarono la Lazio.

Ricognizione oltre il Piave

19 Giugno 1918
Stavo alla mensa, sceso dar pallone

che me chiama ar telefono er maggiore:

“deve recarsi come osservatore

Alla trincera,….a norde der Montello”.


Legai er cane, mannai a cercà Tranquilli,

montammo tutt’e due ‘n bicicletta

e pedalammo giù, verso Crocetta.

Era ‘r tramonto, ‘n ber tramonto d’oro,


sulle colline tutte ‘npennacchiate

er fumo grigio aveva l’orli rosa,

l’ombra ‘n basso invadeva già ‘gni cosa,

nell’aria sibilavan le granate.


Er nemico era stato già fermato

e piano piano ripassava er fiume

e je rodeva morto er tenerume

pe’ cui batteva co’ l’artijeria


tutte le strade della retrovia.

Le donne ritornavan dar lavoro

e qualcuna mancava tra de loro,

le brave donne morte ‘n mezzo ar grano.


Tornavano, e quarcuna canticchiava

le canzoni imparate dai sordati.

Rilucevano l’occhi innamorati,

biancheggiavano i denti ner soriso.


Arivati ar comanno era già scuro

er capitano co’ la pipa ‘n bocca

ci aspettava davanti alla bicocca

che je serviva pe’ dormi’ e p’ufficio.


Dar ponte de Vidor fino ar Montello

er fiume s’allargava nella curva,

tanti isolotti dalla rena furva

formavano le grave dette Ciano;


davanti a quelle le trincere nostre,

difese da elementi più avanzati

e da ‘n fregone de reticolati,

nell’offenziva aveveno tenuto.


Scendemmo ar fiume pe’ ‘na stradicciola

e se fermammo drent’un baracchino

sotto l’argine e lì da ‘n finestrino

guardammo avanti nella notte chiara


piena de stelle. Dalla riva opposta

era ‘n continuo balenio de vampe

e a tratti s’accenneva sulle rampe

delle colline. Là, dalla Serraglia,


un projettore, che guardava dritto

verso l’antro versante der Montello

verso Nervesa, dove ‘n ponticello

mezzo scassato dall’artijeria


serviva p’er passaggio della truppa

in ritirata, che passava er fiume,

er projettore je faceva lume.

Incontr’ a noi silenzio e tutto nero,


manco ‘n razzo pe’ completa’ la festa.

Bisognava sape’ che succedeva

e da lontano nun ce se vedeva;

se decise d’anna’ dall’antra parte.


Tranquilli, ner senti’ parla’ dell’acqua

da frascatano vero arricciò er naso,

pe’ cui me feci presto persuaso

ch’era mejo lassallo ‘n terra ferma.


Me presi allora quattro bell’arditi

de quelle parti, notatori boni

e sordati co’ tanto de cordoni;

se spojammo, restammo ‘n mutandine,


armati solamente de pugnale,

scarpe de feltro, bone, assai leggere,

che porteno le donne de Masere,

‘na lampadina e poi ‘na corda bona.


Ce salutammo, lì cor capitano,

sussurrai la parola alla vedetta

e dar reticolato, pe’ ‘na stretta

ce dirigemmo verso l’antro varco.


Se camminava piano ‘n fila indiana

e traversammo, senza inconvenienti,

vari canali e vari sbarramenti;

l’acqua era arta e la corente forte.


Nella sabbia frammenti e macchie scure,

dalla puzza capivi quer che d’era

e io me regolavo de maniera

de nun annacce addosso, pe’ paura


de qualche giocarello non esploso.

Sulla riva dell’urtimo canale

largo e profondo che nun c’era male,

se fermassimo ‘n po’ a riprenne fiato.


A destra, a valle, giù verso Nervesa

pareva er finimondo pe’ davero,

sullo sfonno der cielo tutto nero

de fumo, arrossaveno le rive


parecchi incendi e scoppi de granate,

un boato continuo e profonno

intronava l’orecchie e laggiù ‘n fonno

dalla riva sinistra, sulla strada


percorsa dalle truppe ‘n ritirata

er projettore a tratti riluceva.

La groppa der Montello se vedeva

nera nera, sur cielo illuminato


dalle vampe dei pezzi e dall’incendi

e punteggiata era la trincera

dalle fiammelle della mitrajera.

Nudi nell’aria fresca della notte


rabbridimmo silenziosamente.

Feci legà la corda ad un paletto

e risalimmo per un ber pezzetto

pe’ nun fasse porta’ dalla corente


e ce buttammo tutt’e cinque ‘nsieme.

La corda era pesante e ce tirava

e tutt’ e cinque assai se faticava.

Come Dio volle, arfine presi terra


ed aiutai l’arditi, poveracci;

legata poi la corda ben tirata

e assicurata ormai la ritirata,

doppo ‘n po’de riposo c’inoltrammo.


A pochi passi ‘n gran reticolato

ce costrinze a cambià de direzione;

risalimmo ‘n pochetto a pecorone

e ce buttammo tutti faccia a tera


che ‘n’ombra silenziosa s’avanzava,

s’arzava e s’abbassava ad intervalli;

quanno ce fu vicino, penzò Galli

co’ ‘na botta a sbattello giù pe’ tera.


Dalla trincea qualcuno aveva ‘nteso,

subito ‘n razzo sibilò nell’alto

e illuminò d’un tratto tutto quanto;

a noi quer razzo fece bene assai,


che potemmo vede’ dove stavamo

e, guardanno ar di là della bariera

vedemmo pure bene la trincera;

quanno fu scuro ce movemmo piano.


Imbavagliato bene, er priggioniero

attaccato alla corda, passò er fiume,

un’artro razzo ce fece ancora lume.

Eravamo bocconi, sulli sassi


della riva sinistra, Galli ed io,

‘na raffica passò sopra la testa

ed a momenti ce facea la festa;

finì la luce e ce buttammo in acqua.


Sartamo tutte le peripezie

der difficile viaggio de ritorno,

perché a momenti se faceva giorno

e la mitrajatrice, risvejata,


ce seguiva co’ qualche sventajata

e ‘na batteria nostra, da Crocetta

cominciò a sparà forte e pe’ disdetta

er priggioniero se sentiva male.


Come Dio volle, ritornammo a casa.

Er priggioniero, dalla cacarella

cantò assai mejo de ‘na raganella,

era ‘n telefonista e ne sapeva.


Me magnai dalla fame, ‘na pagnotta

drent’ar caffè, me presi ‘n bicchierino

e consolai quer poro ragazzino

de Tranquilli, tremante dalla pena.


Abbracciai Galli e l’antri tre compagni

e ritornai alla “nobile bavutta”

‘n tempo pe’ magna’ la pastasciutta.

Me fece er cane d’antro po’ de lagni.

Carlo Barghiglioni

Fonte (LazioWiki.org)

Fatti dimenticati…

L’ospedale 0130 di Vidor

Nel corso della Grande Guerra, molti edifici nelle retrovie vennero riconvertiti ad uso militare.

E’ il caso dell’Abbazia di Santa Bona a Vidor. Grazie ad una ricerca svolta assieme a Franco De Biasi e Dario Bordin, abbiamo potuto scoprire che questo importante edificio (che verrà gravemente danneggiato nel corso dell’ultimo anno del conflitto) divenne un importante ospedale da campo militare: l’ospedale 0130.

Entrato in funzione nel luglio del 1916, era sotto il comando della 10a Sezione di Sanità con sede a Napoli (Caserma “Sales”), e operò a Vidor fino al 27 ottobre 1917, quando a seguito dello sfondamento di Caporetto fu costretto ad abbandonare il paese e a trasferirsi a Lonigo (VI).

Nel libro “ABBAZIA DI VIDOR scritto nel 1980 da Emilio Spagnolo” la Contessa Albertini Govone ex proprietaria dell’Abbazia parla della presenza di questo Ospedale Militare: “…Padre Sorrentino domenicano (allora Cappellano militare per l’Ospedale che si era formato nel granaio sopra la presente cantina) …”.

Ed ancora nel libro “MIANE NELLA GRANDE GUERRA di Franco De Biasi” sono riportati i nomi di alcuni soldati mianesi che vennero ricoverati presso l’ospedale 0130 di Vidor.

Dario Bordin in un bollettino Ecclesiastico della Diocesi di Ceneda (ora Vittorio Veneto) del 31 agosto 1916 ha trovato un’ulteriore testimonianza: “DA VIDOR – A Vidor si preparò un ospedale da campo di 500 letti. Al servizio ci sono, fra gli altri soldati, N.5 Sacerdoti regolari e secolari, compreso il Capp. dell’Ospitale, P. Raimondo Sorrentino dei Domenicani, N.8 Suddiaconi tutti regolari, 6 Minoristi regolari e secolari.

L’Arciprete per agevolare i suddetti nelle ore di libera uscita, allestì in Canonica una sala con luce elettrica, opuscoli, giornali, giochi, necessari per scrivere ecc. L’Ospitale ancora non funziona ma si attendono presto i feriti”.

Ho poi trovato alcune cartoline spedite da e verso questo ospedale di Vidor.

Oggi chi si reca a visitare l’Abbazia se scende verso il Piave e va ad osservare il lato sud dell’edificio potrà notare alcuni disegni e scritte presenti sul muro: si tratta di testimonianze lasciate da soldati che furono ricoverati nell’ospedale 0130 nel corso della Prima Guerra Mondiale.

Fatti dimenticati…

La morte di Marcolina De Rosso il 20 febbraio 1918

Nel corso dell’occupazione austro-ungarica nei nostri paesi furono molti i civili che persero la vita a causa dei bombardamenti, di fame o uccisi da soldati della duplice monarchia.
E’ il caso di Marcolina De Rosso, di Farra di Soligo, 45enne madre di sei figli e moglie di Giacomo Sartori.
Della sua morte ce ne parla il soldato Hans Oberhuber, sottufficiale delle ‘truppe tecniche’ austriache, giunto a Farra di Soligo i primi giorni di dicembre del 1917 , nel suo “Diario di Guerra 16 agosto 1915-30 ottobre 1918) ed anche il parroco don Desiderio Calderer nel suo diario.
Scrive Oberhuber: “Alla sera, io e tutta la mia squadra fummo esonerati dal servizio, io ne approfittai con i miei amici per fare una capatina a Farra di Soligo. Trovammo la famiglia Sartori in agitazione: alcune granate erano cadute alquanto vicine alla loro casa, come testimoniavano le finestre in frantumi. Quella sera il buon umore stentava a venire. Con l’amico Golweit giocai una partita a scacchi e mentre, più tardi, come al solito, sedevamo inseme, arrivarono due militari ungheresi già alticci, chiedendo vino ai Sartori, Facemmo loro capire che il vino, come infatti era vero, era stato requisito dal Comando di stazione e che pertanto non poteva più venir venduto, al che i due si allontanarono. Circa mezz’ora dopo venimmo scossi da una detonazione. Sul momento non capimmo che cosa poteva essere stato, lo zappatore Wagner cominciò a lamentarsi che era stato colpito e mentre noi ci occupavamo di lui, papà Sartori gridò: “E’ morta la mamma!”. Nella massima agitazione ci accorgemmo allora che si era sparato su di noi, attraverso la finestra, senza dubbio dai due ungheresi che prima avevano chiesto vino. Corremmo subito fuori, ma nel buio non potemmo più trovare nessuno. La povera signora Sartori era stata colpita al mio posto! (da testimoni oculari si sa che l’autore evitò di essere compito perchè nell’attimo dello sparo aveva chinato la testa per arrotolarsi una sigaretta; egli dovette quindi la vita a quel tipico, piccolo ed inconfondibile movimento) Il proiettile, una palla da fucile Mannlicher, le aveva attraversato il cuore ed era andata a conficcarsi nel muro dietro a lei. Fummo molto addolorati per la buona signora così ospitale, che non aveva mai fatto male a nessuno e doveva così diventar vittima di un atto tanto bestiale”.
Altri dettagli emergono dalla lettura del diario del parroco di Farra di Soligo don Calderer: “Sartori Marcolina nata De Rosso, moglie di Giacomo Sartori, d’anni 45 e 8 mesi, colpita al cuore dalla fucilata di un soldato ubriaco, spirava tra le braccia del marito invocando il nome del Signore. Morì quasi all’istante. La fucilata fu sparata dal cortile di una casa contro un balcone chiuso: la pallottola trapassò il balcone, la finestra, i vetri, sfiorò la testa di due soldati seduti a tavola, passò da parte a parte la spalla sinistra di un terzo soldato e ferì in pieno petto la donna. Era madre di 6 figlioli tutti grandi, 4 ragazze e 2 ragazzi. Si fece una inchiesta, ma… Fu seppellita nel camposanto dopo ufficio funebre celebrato dall’arciprete D. Desiderio, la mattina del 22 febbraio”.
Nel 2018, nel centenario di questo fatto, venne posta una targa sul muro esterno dell’abitazione di Marcolina De Rosso, in collaborazione con comune e parrocchia di Farra di Soligo, con la famiglia Sartori e con Diotisalvi Perin, presidente del Museo del Piave “Vincenzo Colognese” di Caorera di Vas.

Soldati dimenticati…

Spadetto Gaetano – 115° Reggimento Fanteria “Treviso”

In questa giornata del 4 novembre voglio ricordare il mio prozio Spadetto Gaetano, uno dei tanti soldati che presero parte alla Grande Guerra.
Figlio di Pietro e Ballesto Cristina, nasce a Farra di Soligo il 14 giugno 1891. Come tanti è un contadino, che sa a malapena leggere e scrivere. Non troppo alto (1 metro e 60 circa) con occhi castani e capelli lisci e neri, vive a Col San Martino, e si distingue per un neo sul viso. Allo scoppio della guerra con l’Austria-Ungheria, è già in territorio dichiarato in stato di guerra come soldato zappatore nel 115° Reggimento di Fanteria brigata Treviso, schierato nel fronte trentino nella zona dell’altopiano Vezzena.
La sua guerra purtroppo dura nemmeno un mese. Poco dopo aver compiuto 24 anni, il 22 giugno 1915 muore in seguito alle ferite riportate in combattimento sulla strada Termine-Vezzena.
Dopo aver svolto qualche ricerca sono riuscito a ricostruire in parte lo svolgersi dei fatti di quel giorno.
In quei giorni la brigata Treviso (115°-116°) occupava le posizioni di destra Val d’Assa (Costesin, Brusolada, Camporosà), la sinistra era invece presidiata dagli alpini del “Bassano” e “Val Brenta”.
Unico scontro di cui si abbia notizia in questo periodo è quello verificatosi la sera del 22 giugno tra una pattuglia del 115° fanteria e del genio, spintosi nella piana di Vezzena, venuto in conflitto con elementi austriaci disposti davanti al Forte Verle.
L’obiettivo tentato dalla compagnia del 115° era una batteria nemica individuata nei giorni precedenti e appostata nei pressi di Busa di Verle. La compagnia riesce a sorprendere un piccolo reparto avversario, una quarantina di uomini, procurando loro delle perdite. I nostri poi ripiegano inseguiti dal fuoco delle artiglierie e delle mitragliatrici. E’ in questa fase che molto probabilmente viene colpito e muore Spadetto Gaetano. L’azione si è svolta in piena luce, tra le ore 16 e le ore 19 (Gianni Pieropan – 1915 Obiettivo Trento, Mursia).
Oltre al foglio matricolare ho recuperato anche copia dell’atto di morte, per cercare di capire dove fosse sepolto.

Atto di morte
Provincia di Treviso, figlio di Pietro e Ballesto Caterina, ammogliato con X, vedovo di X morto in seguito a ferita d’arma d’artiglieria, sepolto nel campo nel bosco sulla riva destra del torrente che fiancheggia la strada Termine Vezzena, come risulta dall’atto stazione della persona a piè del presente sottoscritto.
L’Ufficiale medico Pietro Perrotta. Per copia autentica. L’Ufficiale d’amministrazione Colle. Il Colonello Rivieri. Per copia conforme Dalcol.
Eseguita la trascrizione ho munito del mio visto ed inserito la copia suddetta nel volume degli allegati a questo registro.
L’ufficiale civile Adriano Scudo

L’anno millenovecentoquindici a questo giorno primo di Settembre a ore antimeridiane dieci nella Casa Comunale. Io Dotttor Adriano Scudo Segretario per delegazione ventidue Novembre millenovecentodieci approvata Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Farra di Soligo avendo ricevuto dal Comado Deposito del 56° Reggimento Fanteria in Belluno copia di atto di morte lo ho per intiero ed esattamente trascritto: Estratto dell’atto di morte del soldato Spadetto Gaetano inscritto sul registro tenuto dall’Ufficio di amministrazione a pagina 9 numero 7 d’ordine. Il sottoscritto Sottotenente Colle Attiglio incaricato della tenuta dei registri di Stato Civile presso l’Ufficio amministrazione del 115 Reggimento Fanteria di M. M. dichiara che nel registro degli atti di morte a pagina 9 n°7 dell’ordine trovasi inserito quanto segue:
L’anno millenovecentoquindici ed addì ventidue del mese di Giugno nella strada Termine Vezzena mancava ai vivi alle ore diciannove e cinquanta in età di anni ventiquattro il Soldato Spadetto Gaetano della 7° Compagnia del 115 Reggimento M.M. ed al n° 34363 di matricola della classe 1891 nativo di Farra di Soligo.

Il mio prozio è dunque stato sepolto sul campo (di battaglia), sul versante destro della valle, verosimilmente nel tratto tra gli attuali km 43 – 45 della strada della Val d’Assa.Gli unici averi in suo possesso erano un portafoglio (con L. 25,00), un portamonete (con L. 3,44), un coltello, un notes con varie lettere.
Una croce (forse), una targhetta col nome….una delle migliaia di sepolture sparse lungo tutto l’arco del fronte. Con il riordino avvenuto nel primo dopoguerra (anni 1919-1921) molto probabilmente è stato traslato in uno dei grandi cimiteri di guerra dei dintorni: Termine, Vezzena e Camporosà. Nel 1938 l’ulteriore trasloco al Sacrario di Asiago. Ho mandato una mail al Sacrario di Asiago per sapere se tra le numerose salme ci fosse anche lui, ma purtroppo mi è stato risposto che non compare tra i caduti noti che riposano lassù. E’ molto probabile figuri tra gli oltre molti ignoti presenti nel sacrario, visto che dalla fine di maggio del 1916 alla conclusione del conflitto la sepoltura viene a trovarsi nelle retrovie austriache, dimenticata, senza nessuna cura, in balia agli elementi della natura.
È facile immaginare in quali condizioni le squadre recupero salme possono aver trovato il tumulo dopo 3-4 anni di abbandono….
Oltre a non esserci nessuna sepoltura ufficiale di lui non ho neppure nessuna fotografia o ricordo. Nel 2017 grazie al Coordinamento Albo d’Oro e alla regione Friuli Venezia Giulia ho potuto far coniare e ritirare una Medaglia Commemorativa in ricordo di Spadetto Gaetano, e lungo viale della Rimembranza che porta al cimitero di Col San Martino una piccola stele ricorda lui e gli altri 81 caduti colsanmartinesi.

Fatti dimenticati…

Il campo di atterraggio di Solighetto

La passione per la ricerca di fatti, avvenimenti e curiosità poco noti (o in alcuni casi sconosciuti) occorsi nel nostro territorio fa sì che l’amico Walter Donadel, consultando alcune mappe dell’esercito austro-ungarico, si imbatta in una cosa curiosa, e mi faccia partecipe di questa “scoperta”.
Di che cosa si tratta?
In questa mappa, nei pressi di Solighetto, è indicata la presenza di quello che sembra essere un campo di atterraggio utilizzato dall’esercito austro-ungarico, di cui ignoravamo completamente la sua esistenza.
Succede che ovviamente ci si metta all’opera per riuscire a trovare qualche informazione in più su questa struttura.
E così veniamo a scoprire che si trattava proprio di un campo di atterraggio: di forma trapezoidale misurava circa 200 x 30 m, con una lunghezza di circa 300 metri. Non erano presenti hangar o altre costruzioni, in quanto con la vicinanza del fronte sarebbero stati un facile bersaglio per l’artiglieria italiana.
Questo campo fu individuato per la prima volta dai ricognitori italiani nell’agosto del 1918, dopo che se ne aveva avuta per la prima volta notizia in seguito ad una carta topografica presa ad un aviatore austriaco.
Quasi certamente si trattava di una pista di atterraggio di emergenza, come quella presente poco più a nord nei pressi di Premaor, ed era ubicata nei pressi dell’odierno ristorante “Da Loris” dove ora sorge un vigneto.

Soldati dimenticati…

UN NOME ED UN VOLTO AI LEGIONARI CECOSLOVACCHI UCCISI A COL DI GUARDIA E CONEGLIANO

La ricerca storica nell’ambito della Grande Guerra riserva sempre delle piacevoli sorprese, specialmente quando sono inaspettate e riguardano i nostri paesi. E’ il caso di quanto trovate in questo post.
Navigando in rete mi sono imbattuto in un sito di del Ministero della difesa della repubblica Ceca. Si tratta di una sorta di “sala di lettura” digitale, in cui è possibile trovare innumerevoli testi (oltre 700 titoli tra libri, giornali e materiale vario) provenienti dagli archivi storici dell’Istituto di storia militare di Praga e dell’Archivio centrale militare – Archivio storico militare Praga.
Penso molti conosceranno la Legione cecoslovacca, che combattè a fianco dei nostri soldati nelle importanti battaglie del 1918.
Nei primi mesi del 1918 l’esercito italiano pensò di organizzare dei reparti, costituiti da truppe cecoslovacche tratte dalle fila dei prigionieri e dei disertori e, riconosciuta la Cecoslovacchia quale nazione alleata, i volontari vestirono l’uniforme grigio-verde dell’esercito italiano con l’aggiunta di una coccarda con i colori della propria nazione. A metà del mese di aprile del 1918 la neonata “Legione cecoslovacca”, forte di circa dodicimila unità tra ufficiali e soldati, fu riconosciuta ufficialmente dal governo italiano e posta sotto il comando del generale Graziani. Ai volontari cecoslovacchi arruolati tra le fila italiane, considerati disertori dall’esercito austro-ungarico, veniva applicata la pena di morte con l’accusa di alto tradimento nel caso fossero stati fatti prigionieri.
Durante la “Battaglia del Solstizio” nel giugno del 1918, la “Legione” poteva contare un organico di circa 325 ufficiali e 12.383 soldati, e fu proprio nel corso delle prime fasi di questa battaglia che i soldati austro-ungarici della 13a Divisione Shutzen durante l’attraversamento del Piave nella zona di Falzè di Piave riuscirono a catturarono alcuni loro soldati.
Dieci legionari cecoslovacchi furono condotti presso Casa Montone in località Col di Guardia a Collalto e furono condannati a morte tramite fucilazione con l’accusa di alto tradimento. Alle quattro del pomeriggio del 15 giugno, sotto una pioggia battente, ai dieci soldati fu ordinato di scavarsi la fossa, che fu pronta alle 18:30. L’attesa dell’esecuzione si protrasse fino alle 20, quando il tenente Hotzendorf (figlio del comandante Conrad Von Hotzendorf), ordinò ai legionari di togliersi scarpe e giacca e disporsi sul ciglio della buca; subito dopo diede l’ordine ai suoi uomini di fare fuoco.
Altri quindici soldati cecoslovacchi furono invece portati alla Caserma Vittorio Emanuele II a Conegliano dove furono processati per alto tradimento e venne loro inflitta la pena capitale con esecuzione immediata e pubblica. Il giorno 16 giugno i condannati furono fucilati a due a due da un plotone di sei soldati, colpiti dai proiettili cadevano direttamente in una fossa precedentemente scavata da dei prigionieri italiani. Gli ultimi quattro, allo scopo di intimorire e limitare altre defezioni, dopo essere stati fucilati furono appesi agli alberi lungo la via di Conegliano. Al petto portavano un cartello “Cechi traditori della patria” riportato nelle sei lingue dell’Impero austro-ungarico. Vi rimasero appesi 4 giorni per poi essere deposti nella fossa comune scavata presso le stalle della caserma.
Oggi a ricordo del sacrificio dei legionari sono presenti due lapidi presso Casa Montone (una in marmo bianco posata dagli italiani, e una in bronzo posata dai Cecoslovacchi), e una lapide murata in un muro perimetrale in via Martiri Cecoslovacchi a Conegliano (TV).
Ora grazie ad un paziente lavoro di ricerca nella “stanza di lettura” digitale del Ministero della Repubblica Ceca dopo cento anni è possibile conoscere il nome (si conosceva quello dei dieci soldati uccisi a Collalto)ed il volto di questi 25 soldati. Solamente di due di loro non sono riuscito a reperire nessuna fotografia, ma chissà che magari in futuro la ricerca storica non possa portare a nuove sorprese.
(Le informazioni sopra sono tratte dal libro dell’amico Antonio Melis, L’Alta Marca sulle tracce della Grande Guerra)

Soldati dimenticati…

SOLDATI A VIDOR NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Il bello della ricerca storica è anche quello di poter scoprire sempre qualcosa di nuovo o poco conosciuto sulle vicende e soprattutto sui protagonisti che combatterono e morirono nei nostri paesi nel corso del primo conflitto mondiale.
Nella stesura del libro “La Battaglia Vidor nella Grande Guerra” assieme a Dario Bordin abbiamo cercato di trovare tutti i decorati di quella battaglia, e alla fine furono 72 i soldati che si guadagnarono un’onorificenza. In questi giorni ho però trovato un altro soldato da aggiungere al ricco elenco: il tenente del battaglione alpino Val Varaita Gentilli Felice, che si guadagnò la Croce di Guerra al Valor Militare. Il totale sale dunque a 73 decorati, con 2 MOVM, 22 MAVM, 38 MBVM e 11 CGVM.(Fig. 1)
Ho trovato poi un altro decorato, questa volta di Medaglia d’Argento al Valor Militare, nel corso delle fasi successive alla Battaglia di Vidor (dicembre 1917): il capitano di complemento della Brigata “Alpi” Malvezzi Giovanni. (Fig.2)
“Il 7 novembre alla Brigata “Alpi” veniva assegnato il tratto di fronte sul Piave tra il ponte di Vidor e le Grave di Ciano. Il 52° Reggimento aveva il III battaglione schierato tra Rive e Ponte di Vidor, il II da Chiese di Barche e Rivasecca ed il I in marcia dal Cadore. Il giorno 9 il III-52° è sostituito dal 51° fanteria e la dislocazione risulta la seguente: comando di reggimento a Croce del Gallo, il I raggiunge la sede di comando dopo aver protetto le truppe ripieganti dal Cadore, il II col comando a Paccagnella ed i reparti tra Chiesa di Barche –esclusa- a sinistra e Guizza a destra, il III col comando a C. Calabretto e reparti fra Guizza a sinistra e Rivasecca a destra. Il 5 dicembre, la brigata “Alpi”, comandata dal brigadiere generale Peppino Garibaldi, cessa di far parte della 18° divisione e viene assegnata alla 65° divisone francese (generale Blondin) fino al giorno 22, quando è inviata in zona arretrata per riordinarsi”. – 52° Reggimento Fanteria “Alpi” “Storia del Reggimento
E’ poi sempre bello riuscire a scovare oltre che un nome anche un volto di qualcuno dei tanti giovani che furono protagonisti a Vidor. E’ questo il caso del sergente maggiore del Val Varaita Costa Gaetano (MBVM) disperso nel corso dei combattimenti del 10 novembre 1917 (Fig.3), del tenente degli alpini del Val Pellice Umberto Amedeo Tazzer (protagonista della guerra di mine sul Lagazuoi) (Fig.4) e del tenente di complemento Enoch Giuseppe (MAVM) morto il 12 dicembre 1917 nei pressi di Vidor mentre era intento in lavori per la costruzione di opere difensive (Fig.5).
Da parte tedesca ho trovato invece il soldato Sikora Ignacy (Fig. 6-7). Nato il 30 luglio 1898 in una famiglia di contadini a Sikorzyno (villagio nel nord della Polonia). Figlio di Jan e Anna nata Kubiak. Si è laureato alla scuola elementare di Sikorzyno. Il 29 luglio 1917, fu incorporato in una batteria del 94 ° battaglione dell’esercito tedesco. Ha servito fino al 30 novembre 1918. Da agosto a settembre 1917 partecipò alle battaglie di Verdun. Nell’ultimo decennio dell’ottobre 1917, il suo battaglione fu spostato attraverso le Alpi Giulie nel nord Italia. Dopo la conquista della città di Selice e il ponte sul ponte Vidor (11 novembre 1917), l’unità entrò in posizione combattendo. Il 7 dicembre 1917, il battaglione fu ritirato dal fronte italiano e trasferito nell’area delle operazioni di guerra in Francia.

Fatti dimenticati…

DAS JAGER-REGIMENT NR.3 NOVEMBRE 1917

Dopo lo sfondamento di Caporetto, le truppe tedesche e austro-ungariche dopo aver invaso il Friuli, dilagano anche nella pianura Veneta.
Anche i nostri paesi sulla riva sinistra del Piave subiscono l’invasione da parte delle truppe nemiche. La diaristica e i testi da parte italiana sono molti e conosciuti, un po’ meno invece per quanto riguarda i resoconti di quei giorni da parte dell’esercito della duplice monarchia e dell’impero tedesco.
Navigando in rete ho trovato questo libro digitalizzato “Das Jäger-Regiment Nr. 3 [1927], Ralf von. Rango”.
Questo reggimento era inquadrato all’interno della 200. Infanterie Division, e faceva parte del Gruppo Stein (14° Armata tedesca), che operò a Vidor e nelle sue immediate vicinanze nel corso della prima Battaglia d’Arresto sul Piave nel novembre 1917.
Il giorno 11 raggiunse Orsago, dopo aver attraversato Cordignano e Godega. Il giorno seguente arrivò a Conegliano, per poi dirigersi verso San Pietro di Feletto e Refrontolo.
Infine giunse a Pieve di Soligo dove i propri uomini sostano. Curioso leggere tra le pagine del libro le loro impressioni relativamente al loro “soggiorno” nel paese.
“La viticoltura predomina in quest’area e, oltre a un’alimentazione adeguata, ai nostri Jager non mancava mai un buon goccio.
Il vino, rosso e bianco, era abbastanza commestibile, anche se in gran parte era vino nuovo dalla vendemmia di quest’anno. Una vera e propria industria dello champagne fece in modo che al coraggioso Jager arrivasse una bella bottiglia di schiumoso Asti spumante, che battezzò con il soprannome di “Asti spukmanander”, mentre un gusto più fine si trovava in un vino rosso volatile e formicolante, chiamato come un torrente che scorre a Mosnigo, il Raboso.
Nei giorni a Pieve accaddero fatti curiosi: una testa intelligente era riuscita a usare le numerose mele, e l’abbondante farina trovata per friggere ” Aepfel im Schlafrock ” (frittelle di mela).
Ovunque andassero, in tutti i divani e gli alloggi, gli Jager si riunivano e arrostivano “Apple-kuchla” (torta di mele) tutto il giorno con ammirevole abilità”.
Circa al loro operato in linea nel testo si legge che: “La fanteria della 200a Div. Inf. Trascorse il 13 novembre in pace, mentre venne pianificato il trasferimento della divisione di Artiglieria del 12 ° Inf.- Div. a Vidor.
Per la sera del 14, un ordine di Divisione del 12 novembre ordinò che il Jager Regiment nr.3, dopo il tramonto, intraprendesse la messa in sicurezza del fiume Piave orientale da Bigolino a Falzé.
Lo scopo di questa misura era, che parte della 12a Div. Inf. sarebbe avanzata sul Piave nei prossimi giorni.
Il III battaglione proseguì quindi alle 5:15 del pomeriggio su Sernaglia-Moriago fino a Mosnigo, assicurando la sezione Bigolino – C. Rivalta con il IV battaglione, il III. a seguire, si assicurò la sezione C. Rivalta-Falzè. Sede del comando del III. Batt. divenne Vidor, quello del IV. Batt. Moriago; i bagagli di entrambi i battaglioni rimasero a Pieve di Soligo.
Di notte, il nemico illuminava la sponda orientale del Piave con numerosi fari dal bordo del Montello al largo, ma senza scoprire il battaglione che avanza. L’attività di artiglieria rimase per il momento bassa.
All’interno della Jager Brigade 2 è stato aggiunto un comando ciclista più grande, mentre dopo la riuscita traversata del Piave, dovrebbe essere pronta ad ottenere la cavalleria ancora molto scarsa la 200a Div. Inf.
Le sezioni sul Piave furono prese dai battaglioni III e IV dal 14 al 15 novembre senza perdita e difficoltà. I battaglioni sul fiume, tuttavia, iniziano da ora in poi a soffrire di ondate di granate, specialmente con artiglieria pesante. Il tempo sereno, che ha prevalso da ieri, migliora notevolmente l’effetto dell’artiglieria dal Montello. Il Montello supera la pianura del Piave di quasi 150 metri, mentre il monte Sulder, a nord-ovest di essa, sorge a 300 metri sopra la pianura.
Da queste montagne si può vedere ogni singolo uomo sulla sponda orientale, e la persistenza con viene messo sotto tiro ogni piccolo raggruppamento di uomini, rivela che non c’è né mancanza di materiale protettivo né di munizioni dalla parte del nemico.
Queste circostanze provocano un aumento molto significativo della capacità di resistenza del nemico”.
Curioso infine anche un fatto che vide protagonista il paese di Vidor: “All’undicesima compagnia il tenente D. K. Sadmann, un caporale del 12 (M.- B.-K.) e 3 cacciatori furono feriti. Il reggimento perse il vecchio Sackmann di Kampen. Il caporale Gellert dei fucilieri. Sotto il fuoco dei cannoni nel corso della battaglia per il passaggio del Piave a Vidor, i nostri morti furono sepolti nel Campo Santo a Vidor.

Battaglie dimenticate…

INFANTERIE REGIMENT NR.23 A VIDOR NEL NOVEMBRE 1917

La ricerca storica continua a riservare sorprese.
Questa volta ho scovato in rete questo volume:”Infanterieregiment „von Winterfeldt“ (2.Oberschlesisches) Nr.23″. Inquadrato all’interno della 12a Divisione tedesca del gruppo Stein fu protagonista nel corso della Battaglia di Vidor il 10 novembre 1917.
Mi scuso per la lunghezza del post, ma le informazioni contenute nel testo sono davvero molte e spero le possiate trovare interessanti e inedite.
“9 novembre 1917
I villaggi tra Tagliamento e Piave erano stipati di magazzini, tutto il Veneto era un grande magazzino di guerra.
Frutti di ogni genere e uva erano in abbondanza.
Nel tardo pomeriggio, alcune parti del reggimento hanno preso parte insieme a unità di ricognizione del capitano Burkner, ad avanguardie delle divisioni di cavalleria, e ad un Reparto di ciclisti tedesco a scontri a fuoco a Pieve di Soligo e Pieve di Solighetto. A Pieve “del Soligo” e “del Trevisano” il reggimento si trasferì poi in alloggi di fortuna. I molti cibi e i magazzini, che erano preda del reggimento, hanno fatto dimenticare i grandi sforzi della marcia lunga quasi 40 km.
Dopo tre giorni, il reggimento ebbe finalmente di nuovo contatti con il nemico.
Per tutta la notte, i riflettori del Montello oltre il Piave illuminavano i villaggi sull’altra sponda che erano conosciuti dal nemico. Era chiaro che il giorno dopo avrebbe portato di nuovo pesanti percosse.
Era prevedibile una forte resistenza sul Piave per motivi militari e politici, soprattutto dopo che erano arrivate le prime indiscrezioni circa l’arrivo di truppe inglesi e francesi.
Gli aviatori inglesi e francesi lavoravano da giorni. Questo lo avevamo scoperto velocemente.
10 novembre 1917
Il 10 alle 7:00 del mattino, il gruppo di marcia Cichholss ha marciato vivacemente. Il reggimento nell’ordine III., I., II. Batl., aveva ordine di prendere il ponte sul Piave a Vidor.
Sernaglia, sebbene barricata, era libera dal nemico. Da Moriago ci sono stati i primi scontri a fuoco. Il III. Batl. si organizzò e attaccò con una compagnia sulla destra (le altre due compagnie sono lasciate in copertura sulla sinistra del villaggio), mentre le granate del 21 reggimento di artiglieria da campo tenevano sotto controllo gli sbocchi del villaggio. Senza molta resistenza, le deboli truppe di retroguardia abbandonarono Moriago, e l’avanzamento fu continuato fino a Bosco.
Arrivò il messaggio da un ciclista in bicicletta che Vidor e le colline adiacenti erano occupate dal nemico. Immediatamente il capo reggimento, il maggiore Sichholss, decise di prendere la testa di ponte di Vidor per sorprendere e raggiungere (con l’avversario sconfitto) attraverso il ponte l’altra sponda del fiume Piave. Nonostante una breve preparazione di artiglieria (fatta usando le granate di scorta a disposizione e dovendo gestirle con parsimonia a causa della carenza delle stesse), grazie all’osservazione diretta si ebbero eccellenti risultati. Iniziò l’assalto su Vidor e sui suoi rilievi adiacenti (“Schlossberg-Col Abbazia e il “Pinienhohe”-Col Marcon) su un tratto di fronte della larghezza di circa 1200 m, con il battaglione Richter (III.) sulla destra e il battaglione Plewig (I.) sulla sinistra, mediante attacchi frontali.
Gli italiani si difesero tenacemente, difendendosi con i loro fucili con i loro numerosi colpi di mitragliatrice.
Dopo un tenace combattimento ravvicinato nelle posizioni italiane (fu riconosciuta solo come una forte fortificazione in seguito), la coraggiosa formazione Alpini ebbe dieci ufficiali e circa 700 uomini morti.
I resti fuggirono sulla sponda occidentale del Piave e fecero saltare in aria il ponte in pietra sul Piave.
Tra i tanti cadde il maresciallo Geisler della 3a compagnia di mitragliatrici, mentre il Tenente della Riserva Gehlich della 9a fu gravemente ferito e morì il giorno seguente.
Con 18 morti e 28 feriti, la vittoria fu pagata abbastanza cara.
Dopo il pesante bombardamento su Vidor, il I. e II. Batl. raccolsero un ricco bottino. 25 mitragliatrici, tre lanciafiamme, due cannoni da montagna, sei cannoni da campo, fucili e attrezzature varie abbandonate, grandi magazzini con bozzoli di seta e molte cantine con i migliori vini rimasero nelle mani dei vincitori. Alle 11 di sera, la 12a Compagnia assunse il fondamentale collegamento con il II./62 a nord dello “Schlossberg” (Col Abbazia).
Le notti sono state molto fredde. Il rapido cambiamento di temperatura dalla calda giornata alla fredda notte è stato abbastanza sentito e ha permesso di apprezzare ancora di più i meravigliosi sacchi a pelo e pellicce italiani.
Il II. Batl. era schierato come battaglione di riserva a Bosco, dove c’era anche il comando del reggimento.
11 novembre 1917
Il giorno 11, i battaglioni schierati estesero la loro posizione sulla sponda orientale del Piave. Per evitare inutili sacrifici, il comando superiore decise di non ordinare un attacco frontale contro la linea del Piave. Questo dovette cadere da solo, non appena il fronte fosse stato sfondato ad Asiago a in Val Sugana. Inoltre non era possibile far avanzare velocemente le colonne di artiglieria e munizioni (che erano disponibili in numero inefficace) a seguito delle truppe sui ponti.
12-16 novembre 1917
Al crepuscolo del 12, il I. Batl. fu trasferito a Mosnigo, assieme anche al personale del reggimento. Alla sezione precedente dell’I. è subentrata il III. Battaglione. L’artiglieria e l’attività di volo del nemico aumentarono sensibilmente il 13. A causa del continuo bombardamento di Bosco il II. Batl. fu costretto a cambiare più volte il proprio quartier generale.
Solo per un colpo diretto il 6. ebbe dodici morti e tre feriti. L’indubbia forte posizione di osservazione oltre il Piave, sul Montello e sul Monte Tomba da parte di inglesi e francesi non ha permesso (nonostante i molteplici tentativi) al reggimento di passare il Piave.
Il reggimento vicino di destra non era riuscito a fare un tentativo di attraversamento, subendo grandi perdite. Fallì anche il tentativo del III. nella notte tra il 13 e il 14 con l’aiuto del 6. pionieri del tenente Goressky e dell’ottava e nona batteria del 21 reggimento di artiglieria da campo, in quanto furono limitati nei loro preparativi nel fuoco ostile.
Alla fine del 14, il II e III. Batl. inaspettatamente furono sostituiti ciascuno da un Jagerbataillon del Jagerregiments 3 della 200a Div., e distaccati a Sernaglia.
Il tenente Engel assunse nuovamente la guida del reggimento. Al I. venne ordinato di sistemare e preparare tutti i bagagli del Reggimento”.

Battaglie dimenticate…

I combattimenti a Col San Martino nel novembre 1917

Württembergische Sturmkompagnie im großen Krieg
Ho tradotto una parte di questo libro, che narra le vicende di questa compagnia ed in particolare dello Sturmbataillon 16 che operò nei nostri paesi nei giorni 9 e 10 novembre 1917.
In particolare viene narrato l’arrivo dei soldati tedeschi a Miane, gli scontri con le retroguardie italiane (arditi fiamme nere e bersaglieri ciclisti) a Guia e Col San Martino, ed un combattimento presso il ponte sul Piave a San Vito.
Si tratta di scontri a fuoco poco noti se non addirittura sconosciuti ai più, che testimoniano come nel corso della ritirata al Piave le truppe italiane abbiano cercato con ogni mezzo di rallentare l’avanzata tedesca.
Tra i reparti che si distinsero nei vari scontri di retroguardia oltre agli arditi fiamme nere è doveroso ricordare anche i bersaglieri ciclisti.
Sugli scontri a Col San Martino riporto quanto scritto nel libro “I caduti della Grande Guerra di Farra di Soligo di Perencin M. e Guglielmi M.”:
– Il 10 novembre 1917 un gruppo di arditi tenta di ostacolare l’invasione dei germanici sul ponte sul Raboso a Col San Martino. Nello scontro morirono soldati di entrambi gli schieramenti. Tadiello Fortunato di Lonigo, III Compagnia II Reparto d’Assalto, medicato da un medico tedesco, muore alle 11 di notte dopo aver ricevuto i conforti della fede; Brugnoni Eligio, caporal maggiore del II Reparto d’Assalto, III Compagnia, lombardo, viene trovato morto per ferite al cranio. Max Stlett, granatiere, appartenente all’esercito germanico Battaglione Nagel, muore per ferite al ventre. Le esequie sono celebrate da don Canzian. Vengono tumulati prima nel cimitero comune e poi trasportati nel reparto riservato ai soldati.-
Altri scontri tra reparti arditi e avanguardie tedesche si ebbero il giorno 9 a Soligo, nei pressi della Latteria. Ci furono nove feriti tra gli italiani (3 ufficiali e 6 soldati), che vennero trasportati e curati oltre il Piave a Covolo.
Visto la lunghezza del testo vi invito a leggervi il testo tradotto a questo indirizzo: https://drive.google.com/open…

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